PHANTASMAGORIA - PREGA CHE SIA SOLO UN INCUBO

Nel 1996 mi regalarono il videogame "Phantasmagoria" per PC sviluppato della Sierra Entertainment e ideato da Roberta Williams. Mi piacque così tanto che decisi di scriverci un racconto (modificando p...

A cura di Paolo
15 marzo 2015 01:35
PHANTASMAGORIA - PREGA CHE SIA SOLO UN INCUBO -
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Nel 1996 mi regalarono il videogame "Phantasmagoria" per PC sviluppato della Sierra Entertainment e ideato da Roberta Williams. Mi piacque così tanto che decisi di scriverci un racconto (modificando pesantemente alcuni aspetti della trama originale, incluso il finale), una storia che ovviamente non può però essere commercializzata, perché non ne posseggo i diritti. Quindi fu una cosa così giusto per divertirmi, all’epoca non c’era Facebook e giocare in strada con gli altri bambini risultava essere noioso agli occhi di un futuro sociopatico.

Bene, oggi ho scovato il file del mio dattiloscritto e ho pensato di pubblicare i 30 capitoli di questa storia per compiacere i più temerari.

Alcune avvertenze:

- Gli argomenti sono per un pubblico "adulto".

- Lo scrissi a 14 anni, siate clementi. Anche perché non potendoci ricavare niente non ho fatto alcun lavoro di correzione ed editing. L'ho incollato qui sotto così com'era. Però se proprio volete farmi una critica sulla grammatica e la sintassi, sarà ben accetta, solo vi chiedo di allegare al commento l'immagine scannerizzata del vostro quaderno di italiano della terza media.

DISCLAIMER

Phantasmagoria appartiene alla Sierra Entertainment che ne controlla i diritti. Questo lavoro non è stato scritto, né presentato a scopo di lucro. Qualora la Sierra Entertainment desiderasse la rimozione di questo scritto, potrà comunicarlo all'autore del blog mediante questo indirizzo: [email protected] 

Una volta accertata l'autenticità del mittente, cosa che può essere tranquillamente compresa da un'email dell'azienda, il contenuto verrà eliminato subito.

PROLOGO

Fin da bambina avevo un incubo.

Dondolavo su e giù da un’altalena, attorno a me c’erano cinque donne vestite di nero che mi fissavano. Ognuna di loro stringeva un fiore, poi si sentivano delle grida, rumori di catene, pianti di bambini e io ero lì che dondolavo. Ma non era più un’altalena, era una sedia, una sedia bianca con delle cinghie e delle morse. Vedevo mia madre e mio padre, si abbracciavano piangendo.

A un tratto un rumore proveniva dall’alto, una lama scendeva verso di me.

CAPITOLO 1

Quello che mi è capitato è solo e unicamente frutto del male e di tutti i suoi abomini, cercavo la felicità, volevo salvare la mia famiglia, ma non sono riuscita a salvare neanche me stessa.

La mia storia non ha spazio nei rapporti ufficiali, anche perché nessuno vi ha mai creduto e forse se non l’avessi vissuta in prima persona sarei scettica anch’io, comunque tutto è cominciato quando mio marito Donald trovò quella casa.

Si recò a Home per un servizio fotografico per la rivista People, Don in quel periodo lavorava come freelance per diverse testate. Il servizio era incentrato sulla vita di un noto attore hollywoodiano originario di quella zona, che non gli portò via più di mezza giornata. Sulla strada del ritornò notò tra alte siepi incolte una straordinaria villa con un enorme cartello “VENDESI”.

Scese dalla macchina e si avvicinò al cancello d’ingresso. Un obsoleto lucchetto arrugginito gli impedì di andare oltre, prese quindi la sua reflex e scattò una foto alla facciata della casa.

Quella foto lo stregò, per giorni non fece che parlarmi di quella casa, di come si imponesse sul panorama circostante, di quanto fosse elegante, raffinata… Don sapeva essere molto persuasivo quando gli faceva comodo.

Passò poco meno di un mese e dopo aver fissato un appuntamento con un agente immobiliare, mi convinse a seguirlo in quella cittadina. Avrei dovuto vedere con i miei occhi.

Ad attenderci c’era un uomo dalla brutta presenza, la sua voce era stridula decisamente irritante, scoprii presto che si trattava dell’uomo con cui mio marito aveva parlato al telefono. Don comunque era eccitato perché una casa come quella non l’aveva mai vista, e quando al telefono gli venne comunicato il prezzo non riusciva a credere alle sue orecchie.

Forse per via del mio carattere di scrittrice mi ritengo una persona molto scrupolosa, ma non riuscivo a capacitarmi di come un tesoro potesse essere così a buon mercato. Il consulente si limitò a dire che essendo un po’ fuori mano dalla città aveva perso valore nel tempo e quindi interesse, non ci parlò di quello che scoprimmo in seguito.

«La prendiamo!» disse Don dopo aver visto l’atrio d’ingresso, era enorme tutto in stile ottocento. Uno scalone rosso antico portava al secondo piano, i tappeti, le pareti, il camino... era tutto perfetto.

«Alcuni di questi mobili furono acquistati a un’asta clandestina dall’ex-proprietario, si dice che provengano dalla Reggia di Versailles… ma sono solo voci». Disse l’uomo paffuto con aria preparata.

«Cosa può dirci di lui?» gli chiesi fissando il marmo del pavimento.

«Era un uomo potente, i suoi genitori furono i fondatori di Home, si dice che facesse il prestigiatore nel tempo libero». Proseguì sfogliando delle pratiche.

«Ok, deve dirci altro?» lo stroncò Don afferrando l’attizzatoio del camino.

«Beh… la corrente elettrica e il gas sono già allacciati, per il telefono potrei far arrivare un tecnico in settimana. L’arredamento è incluso nel prezzo,  anche se c’è una buona ditta locale che potrebbe liberarvi di ciò che non vi serve cavandovela con poco. Ah! Dimenticavo di dirvi che alcune porte sono chiuse, dovrei avere un paspartue giù in ufficio. Magari posso farvelo avere stasera... se dite sì ora».

«Don credo che sia prematuro prendere decisioni affrettate, magari potremmo prenderci un paio di giorni per pensarci… che ne dici?» gli dissi stringendogli la mano.

«Adrienne, questa casa è tutto quello che ho sempre desiderato. Per te può essere un posto per facili ispirazioni e inoltre il prezzo è decisamente accessibile».

Accettammo. Due giorni dopo arrivò il camion dei traslochi, in due giorni ero appena riuscita a vedere la casa, mi mancavano ancora i giardini per non parlare delle porte chiuse. Don stava creando una camera oscura per i suoi rullini mentre io mi limitavo a curiosare.

Domenica 16 ottobre ore 9:00

«Ciao amore!» disse Don entrando in cucina. «Vorrei delle frittelle, se vuoi posso barattarle con un bacio».

«Ok, ma valgono di più di un bacio», gli risposi porgendogli il vassoio con le frittelle. Don si avvicinò e mi baciò, poi dopo il primo morso mi chiese «che cosa fai oggi?»

«Ho appena finito di togliere le cose dalle scatole, credo che andrò in città per farmi dare le chiavi da quel nano…» Don sorrise, «Adrienne, abbiamo per caso uno sturalavandini in acido? Il bagno al secondo piano dove sto allestendo la camera oscura ha il lavandino intasato».

«No, non credo proprio».

Accanto al tavolo c’era uno scatolone, lo raccolsi.

«Guarda Don le decorazioni natalizie! Ti ricordi questo?» sollevai un piccolo pupazzo di neve. «Me lo regalasti il giorno che mi chiedesti di sposarti».

«Sei sicura che te l’abbia chiesto io?» Rispose scherzoso. «Sì!» esclamai dandogli uno spintone.

«Ah! Sì certo che mi ricordo, vorrà dire che terrò questo con me per ricordarmi i vecchi tempi… per non parlare di quella notte». Concluse infilandosi il pupazzo di neve in un tascone del pantalone da lavoro.

«Ora sarà meglio che torni a lavoro, il bagno mi aspetta». Disse alzandosi dalla sedia e dandomi un ultimo bacio.

Poco dopo presi lo scatolone e mi avviai verso la dispensa, a pochi centimetri dalla porta c’era un tappeto, faceva strane pieghe, lo spostai con un piede e con mia sorpresa scoprii una botola. Purtroppo per quanto mi sforzassi non riuscivo ad aprirla, mi sarebbe servito qualcosa con cui fare leva. Uscii dalla cucina e dopo aver attraversato la sala da pranzo mi ritrovai nell’atrio. In un angolo della sala c’era una strana macchina che prediceva il futuro, funzionava a gettoni. Era una sorta di cabina con dentro il pupazzo di una zingara con in mano un mazzo di tarocchi. Era indubbiamente l’oggetto più kitsch che io avessi mai visto, forse qualcosa di cui liberarsi in effetti c’era. La attivai per curiosità con uno dei gettoni poggiati sul piano d’appoggio del manichino, in totale ce ne erano sette. Dopo un piccolo show di luci e suoni uscì un bigliettino, lo lessi “Il male apparirà ancora una volta”.

Non ero di certo il tipo che credeva a queste stupidaggini, salii le scale e andai a prepararmi per andare in città.

Nell’ufficio del consulente c’era una strana puzza di muffa, la sua segretaria era chiaramente una sgualdrina visto che indossava una minigonna simile a una cintura e inseriva l’argomento sesso in tutte le conversazioni.

«Prego si accomodi» disse l’uomo.

«Ecco l’atto di proprietà della tenuta dei Carnovash, è venuta per questo giusto?» Mi chiese porgendomi delle carte.

«In verità sono venuta per le chiavi, ma già che sono qui prendo anche questo».

«Ah… giusto le chiavi, per la verità avrei solo questo paspartue. Dovrebbe aprire tutte le porte» disse porgendomi una grossa chiave in ottone.

«Ma se dovesse avere altri problemi potrà sempre chiamare un fabbro», concluse accendendosi un sigaro.

«Cos’altro può dirmi sulla tenuta?» Gli chiesi infilando la chiave in borsa.

«Venne costruita nel 1852 da un architetto francese, è appartenuta alla famiglia Carnovash fino al 1943 e in pratica fino a quando Zoltan Carnovash sparì dalle scene. Nel 1985 fu dichiarata proprietà del comune e oggi è di Donald Gordon e Adrienne Deleyne», concluse buttandomi il fumo in faccia. Mi alzai dalla sedia schifata e mi diressi verso la porta.

«Dolcezza, ricordati che il sabato l’ufficio è chiuso, ma sarò felice di darti qualsiasi ulteriore chiarimento nel mio alloggio…» disse quel mostruoso individuo toccandosi il pube.

Sbattei la porta alle mie spalle e mi diressi a casa.

Andai nell’atrio e usai la chiave su una porta di legno massello, la serratura scattò e la porta si aprì. Era uno studio, molto simile a una biblioteca. Sulla scrivania c’erano dei documenti e varie lettere intestate a Zoltan Carnovash, su una di queste c’era il timbro postale di Parigi. All’interno c’era un vecchio articolo di giornale lo lessi:

... Lo spettacolo Phantasmagoria di Zoltan Carnovash è stato un vero successo, la crudezza delle scene e l’inspiegabile susseguirsi dei vari colpi di scena hanno creato scompiglio ai piccoli borghesi provocando alcuni malanni e svenimenti da parte degli individui emotivamente più deboli. Il numero della sedia della morte ha gravemente turbato la platea. Gli applausi a fine show sono durati più di quindici minuti. 

Parigi 23 aprile 1942

Sulla scrivania c’era anche una strana statuetta che mi ricordava la Vergine Maria, era in onice nero toccandogli la testa fuoriuscì di scatto una lama… era un tagliacarte. Sinceramente la trovai di cattivo gusto. Nella stanza dominava un elegante camino ad altezza uomo, mi avvicinai per esaminarne i fregi ornamentali, casualmente mi poggiai a uno dei mattoni della parete, cadde all’interno del muro facendo un grosso tonfo. Dietro al camino c’era qualcosa.

Presi il tagliacarte e lentamente tolsi i residui di calce tra un mattone e l’altro, creai un passaggio in poco tempo. Dal buco fuoriuscì un’aria gelida.

Fu allora che feci un’inimmaginabile scoperta.

CAPITOLO 2

Gettai un’occhiata, era buio pesto. Alcuni spiragli di luce si facevano strada tra la muratura circostante, il cuore mi batteva a mille per l’adrenalinica scoperta.

Mi mossi a tentoni fino a che non trovai una panca, sembrava essere una vecchia panca da parrocchia. A un tratto mi venne un’illuminazione, avevo dei vecchi fiammiferi in tasca, feci luce e capii di trovarmi in una cappella. Che ci faceva una cappella in una stanza segreta? E perché sulla planimetria della casa non risultava tutto questo spazio? Erano tutte domande senza risposta.

Mi avvicinai all’altare in pietra e scorsi un grosso libro poggiato su uno scrigno, scoprii che si trattava di un vecchio libro di famiglia dove era documentato tutto l’albero genealogico dei Carnovash, lo sollevai e gli diedi rapidamente uno sguardo, era molto pesante. Su una pagina lessi il nome “Daiana”, fu allora che il fiammifero si spense… fu allora che sentii il ringhio.

Sobbalzai e lasciai cadere il libro, mi diressi verso il passaggio nel camino a passo svelto, un alito di vento gelido mi fece rabbrividire, mi girai di scatto verso l’altare, non c’era niente. La mia razionalità mi indusse a pensare che fossero fenomeni prodotti dalla mente, allucinazioni acquisite e metabolizzate con i film dell’orrore: uno scricchiolio, un’ombra, un alito di vento potevano generarmi nel subconscio delle fantasie che in ambito diverso non avrei preso neanche in considerazione. Tornai verso l’altare e mi avvicinai allo scrigno, tolsi il gancio che lo teneva chiuso. Di scatto si aprì accecandomi con un pugno di polvere smossa, riuscii a intravedere al suo interno un piccolo libro nero, di colpo un’ombra nera ne fuoriuscì. Emisi un grido muto e intravidi con la coda dell’occhio l’ombra attraversare il passaggio nel camino, dopo pochi istanti sentii un grido di dolore, era Don. Mi catapultai nell’atrio, salii di corsa le scale e andai nella camera oscura, Don era a terra che si teneva il capo.

«Oh mio Dio! Cosa ti è successo?!» Gli chiesi impaurita.

«Niente Adrienne, quella dannata lampada mi è caduta sulla testa, avevo appena finito di avvitare le viti…» tra i folti capelli castani notai del sangue, mi avvicinai e lo strinsi forte a me.

«Non è niente, non preoccuparti…» mi disse scrollandomi di dosso.

«Okay» gli risposi alzandomi in piedi. «Mentre tu fai a pugni con la lampada vado a preparare qualcosa da mangiare… preferenze?» gli chiesi sorridendo.

«Non ho molta fame, e poi ho ancora molto da lavorare… magari mi preparo qualcosa io dopo». Rispose rialzandosi in piedi.

Volevo raccontargli della mia scoperta, ma non mi sembrò il momento giusto. Scesi al piano di sotto e prima di recarmi in cucina provai la chiave su un’altra porta chiusa. L’atrio era l’ambiente più grande della casa, c’era la maestosa porta d’ingresso, in un angolo un camino alto almeno due metri in marmo bianco, lo scalone, che era sorretto da due eleganti colonne a spirale, la porta della biblioteca adiacente a un antico pianoforte a coda, l’accesso alla sala da pranzo che dava poi sulla cucina e un’enorme porta con sopra scolpito un dragone verde, quest’ultima proprio accanto alla macchina che prediceva il futuro. Secondo la planimetria era l’accesso a un grande spazio non ben identificato. Infilai la chiave nella serratura, ma sembrava girare a vuoto. La porta era ben chiusa, mi arresi dopo un paio di tentativi. Quell’essere immondo non scherzava sul fatto di dover chiamare un fabbro.

CAPITOLO 3

Lunedì 17 ottobre ore 17:15

Su una cosa Don aveva proprio ragione. Quel posto mi ispirava, curiosare per la casa per me era come scoprire lentamente la vita dei vecchi proprietari. I loro segreti, le loro abitudini, non potevo farmi sfuggire l’occasione di scrivere un nuovo romanzo su quelle basi.

Stavo lavorando al computer nello studio quando sentii Don chiamare. «Adrienne dove sei!?»

«Don sono qui!» gli risposi togliendomi gli occhiali.

«Dove?!» gridò.

«In studio.»

Don entrò come una furia sbattendo la porta, «sempre con un culo sulla sedia! Hai comprato lo sturalavandini che ti avevo chiesto?» Chiese irato.

«Mi hai detto che il lavandino era intasato, non mi hai chiesto di comprarti uno sturalavandini… me ne sarei ricordata». Mi giustificai.

«Sai questo è tipico, io mi spacco la schiena per te e tu non sai fare altro che fottertene… ma ti dirò di più, quando ti servirà qualcosa non venire da me strisciando!» Nei suoi occhi vidi la cattiveria, era la prima volta che litigavamo per delle piccolezze. Mi guardò intensamente, poi si voltò di scatto e usci dalla stanza.

«D’accordo, andrò al negozio a comprarti quel maledetto sturalavandini!» Gli gridai contro.

Spensi il computer e uscii dalla camera, mi ritrovai nell’atrio. Presi la borsa dal divanetto vicino al camino e mi diressi verso l’uscita. La mia attenzione cadde sulla macchina che prediceva il futuro, era ancora accesa. Mi avvicinai e inserii un altro gettone, la zingara mosse la testa su e giù mischiando le carte, poi dal basso fuoriuscì un biglietto “Estranei vivono con te”. Non capivo cosa significasse. Uscii di casa ed entrai in macchina.

Arrivata in città entrai in una piccola bottega vicino a una fontana a forma di leone, all’interno c’era un vecchietto tutto arzillo che dava a martellate su un bancone.

«Buongiorno… si può?» Gli chiesi entrando.

«Oh ma certo signorina si accomodi, scusi ma stavo facendo delle riparazioni.» Disse posando il martello. «Ma mi dica, le posso essere d’aiuto?» Mi chiese sorridendo.

«Credo di si, avete per caso uno sturalavandini in acido?»

«Sì… dovrei averlo, ah eccolo. Sono 4 dollari e 54.» Disse prendendo un flacone da uno scaffale. «Non ne vendo molti per la verità, qui in città tutti preferiscono la vecchia cara ventosa!»

«Come mai?» Gli chiesi porgendogli 5 dollari.

«Sa, è un acido molto pericoloso e le famiglie nei dintorni hanno tutti dei bambini, è meglio essere prudenti in certi casi. Ma mi dica è di passaggio?»

«No, per la verità mi sono appena trasferita con mio marito. Abbiamo acquistato la tenuta dei Carnovash…» improvvisamente l’uomo cambiò espressione, leggevo stupore nei suoi occhi.

«La tenuta dei Carnovash? Non che siano affari miei, ma io non andrei mai a viverci», disse infilando il flacone in una busta.

«Perché dice questo?» Gli chiesi amareggiata.

«Gira voce che la tenuta sia infestata!» Disse il vecchio a voce bassa. Io scoppiai a ridere, l’uomo mi guardò nuovamente con quello sguardo, credo che si fosse offeso.

«Non crederà a queste fandonie… anche perché vivo lì ormai da quattro giorni e di fantasmi non ne ho visti, spero invece che non sia infestata dagli scarafaggi!» Sorrisi. «È stato un piacere conoscerla, scusi ora ma devo lasciarla». Conclusi aprendo la porta, il vecchio ricambiò il saluto e riprese a martellare.

Si stava facendo buio, la strada per arrivare a casa era completamente priva di ogni genere di illuminazione. Mi tornarono alla mente i ricordi di quando andai con Don a fare una gita e ci perdemmo nelle più buie campagne della California. Tra le siepi vedemmo un uomo che immobile ci puntava. Rimanemmo nascosti tra i cespugli tutta la notte fino a quando fece giorno e scoprimmo che era uno spaventapasseri. Non raccontammo mai a nessuno questa storia, la vergogna si faceva sentire troppo.

Una volta a casa dallo specchietto retrovisore della macchina vidi un fienile, non l’avevo mai notato in precedenza. Scesi e mi avvicinai alla grande porta di legno, l’interno era buio, intravedevo delle balle di fieno e uno strano macchinario a forma di ruota. Entrai, le pareti mi ricordavano un vecchio film ambientato nel west, concentrai la mia attenzione su una sagoma in fondo alla parete… La guardai meglio e capii che si muoveva. «Chi c’è?!» Gridai senza ricevere risposta. «C’è qualcuno?» All’improvviso provai la stessa angoscia di quella notte con Don nelle campagne. L’istinto mi diceva di scappare, ma la curiosità regnava sovrana. Feci un altro passo, la paglia si contorceva sotto le mie scarpe. Avanzai fino a un architrave di legno, poi una palla nera mi colpì. Gridai dal terrore, il mio cuore batteva a mille, fissai la palla sul pavimento… non era una palla.

CAPITOLO 4

Tirai un sospiro di sollievo, era un gatto. Di colpo mi rilassai, mi ero fatta suggestionare dalle dicerie che giravano in città, il gatto corse fuori più spaventato di me e in un lampo scomparve tra i cespugli. Mi diressi verso l’uscita quando inciampai in qualcosa, era una pentola. A pochi metri c’era un fornellino elettrico due coperte e delle carte da gioco. Qualcuno viveva nel fienile.

A un tratto sentii dei passi alle mie spalle, mi girai di scatto… era Don.

«Hai visto Adrienne? Barboni! Una persona fa un lavoro onesto, si compra una casa e poi deve dividerla con i barboni! Ma se li prendo li farò pentire di essere venuti qui!» Disse furibondo.

«Don ma che ti prende? Non ti ho mai visto così, probabilmente saranno andati via non preoccuparti». Gli dissi porgendogli la busta con lo sturalavandini.

«Eccoti lo sturalavandini, ora spero che ti tranquillizzerai». Don prese la busta e uscì dal fienile.

Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, quella casa stava in qualche modo infettando la nostra serenità, ma me ne accorsi quando ormai era troppo tardi.

Rientrai e mi diressi verso la camera oscura, la porta era chiusa. Bussai.

«Don sei lì dentro?» La porta si aprì di pochi centimetri, intravedevo l’occhio di Don nella fenditura. «Sì?... Cosa vuoi Adrienne?» Mi chiese lui.

«Cosa fai chiuso lì dentro?»

«Sto lavorando Adrienne, i miei superiori non sono come quel lecca culo del tuo editore, io non posso permettermi il lusso di stare seduto a scrivere al computer!» Disse chiudendomi la porta in faccia. Non credevo ai miei occhi, andai in camera da letto come una furia mi infilai la camicia da notte e mi stesi sulle coperte.

Mi svegliai di colpo, erano circa le tre del mattino, Don non era accanto a me. Credevo che la fantasia mi stesse giocando un brutto scherzo, ma sentivo un pianto, era un pianto di un neonato. Scesi dal letto e mi infilai le pantofole, uscii dalla camera da letto e sbirciai nel corridoio «Don?» Nessuna risposta. Nel buio più totale ero alla ricerca dell'interruttore del lampadario di cristalli, lo schiacciai, la luce si accese per un breve istante poi la lampadina scoppiò. Gridai e balzai contro la parete, le schegge di vetro si sparsero ovunque. «Don!» Urlai. Il pianto del bambino si faceva sempre più opprimente, penetrava nel mio cervello. Proseguii piano verso il corridoio ovest dello scalone principale, arrivai sulla soglia della camera degli ospiti, la varcai. C’era una culla di legno e frammenti di specchio su tutto il pavimento, il pianto era chiaro… proveniva dal bagno della stessa stanza. Sentivo i battiti del mio cuore scandire il tempo, spalancai la porta del bagno. Il mio stomaco si chiuse in una morsa di dolore, mi veniva da vomitare, non dimenticherò mai quella scena. C’era una neonata nuda nella vasca da bagno, gli mancava un braccio, gli era stato segato. L’intera stanza sembrava quasi dipinta di rosso, c’era sangue ovunque, poi comparve un uomo… aveva un grosso pezzo di specchio in mano, iniziò ad aprire lo stomaco della bambina. Si voltò verso di me, era Don! Aveva la bocca sporca di sangue poi ridendo disse «Adrienne tesoro hai fame?»

CAPITOLO 5

Mi risvegliai in un bagno di sudore, Don era lì che dormiva accanto a me russando come un orso.

Era un incubo, solo un terribile incubo, scesi dal letto e mi diressi verso la cucina, scendendo le scale vidi la porta della camera degli ospiti. La aprii, non mi sorpresi nel vedere la stessa culla, l’avevo già notata il giorno che venimmo a vedere la casa, la cosa che mi turbò fu la presenza di uno specchio rotto appeso alla parete, entrai nel bagno e non vidi niente di insolito. Uscii da quella camera e andai a preparare la colazione.

Martedì 18 ottobre ore 12:30

Ricordo che quel giorno il cielo era azzurro e non tirava un filo di vento, io e Don eravamo in giardino a fare un pic-nic a base di panini e macedonia. Don si accese una sigaretta.

«Don, ma tu non fumi!» Esclamai meravigliata.

«La vuoi smettere di dirmi cosa devo fare? Stai diventando insopportabile!» Concluse con tono isterico buttandomi la sigaretta addosso.

«Don sei impazzito?! Non ti riconosco più. Da quando lavori a quella camera oscura sei diventato psicotico». Don mi guardò confuso, poi si tenne la testa.

«Cos’hai? Stai male?» Gli chiesi avvicinandomi.

«Non ho niente Adrienne, solo un po’ di mal di testa… forse avevi ragione tu ho bisogno di un po’ di riposo». Si alzò ed entrò in casa dalla porta sul retro che comunicava con la sala da pranzo, io stavo sistemando le cose nel cestino di vimini quando sentii un rumore, c’era qualcuno dietro l’albero verso l’ingresso principale. «Chi c’è?» Gridai, mi avvicinai con cautela e vidi la porta del fienile chiudersi. Pensai che probabilmente mi stessi sbagliando come al solito quindi mi avvicinai alla porta e impugnai la maniglia, una mano mi afferrò alle spalle. Mi voltai di scatto, uno strano individuo alto quasi due metri mi piombò addosso.

«Signora!... Non abbia paura, io sono Cyrus!» disse balbettando. Aveva circa diciotto anni, era sporco, i suoi vestiti malandati puzzavano di vecchio. Dalla sua dialettica capii subito che non aveva frequentato alcuna scuola.

«Ma chi sei?!» Gli dissi scrollandomi il suo braccio di dosso.

«Io e la mamma viviamo nel fienile… Oh! La mamma ha bisogno di aiuto mi segua!» Esclamò agitato lanciandosi nel fienile. Lo seguii cauta e vidi delle piccole gambe agitarsi da un buco nel soffitto. «Qualcuno mi aiuti!» Gridò una voce dall’alto.

«La mamma è incastrata, è sprofondata mentre era di sopra». Disse Cyrus in lacrime.

Localizzai la scala a chiocciola che portava al piano superiore, era stretta, Cyrus non sarebbe mai riuscito a salirci. Arrivai al piano superiore.

«Signora mi aiuti!» Esclamò la donna cercando di divincolarsi. Aveva un buffo cappello rosso stile folletto, capelli ricci grigio topo e una voce molto spiccata. La scena era indubbiamente comica, ma riuscii a trattenere le risate, mi avvicinai alla signora e la afferrai per le braccia.

«Signora ora tirerò con forza, lei cerchi di spingere». Le dissi con tono rassicurante. La signora non faceva altro che lamentarsi e iniziò a irritarmi, tirai con tutta la forza che avevo, le travi di legno scricchiolarono. Tirai ancora più forte, la donna venne come sputata dal pavimento. Emisi un sospiro di sollievo. La signora si tolse la paglia di dosso e si avviò verso il piano di sotto. Scesi anch'io le scale e mi avvicinai ai due.

«Ehm signora… grazie per l’aiuto. Mi chiamo Harriette e questo è mio figlio Cyrus». Disse sorridendomi indicando il ragazzo che timidamente annuiva.

«Signora, mi dispiace dirvelo, ma dovete andarvene… questa è proprietà privata». Le annunciai incrociando le braccia.

«Ho pensato molto a questo fatto della proprietà e tutto il resto e sa che le dico? Lei ha bisogno di noi!» Esclamò con aria saccente la donna.

«Bisogno?» Risposi io.

«Certo! Come farete lei e suo marito a occuparvi di tutto questo? Mio figlio Cyrus è un po’ ingenuo, ma è molto forte, potrebbe occuparsi dei lavori pesanti… io invece sono un’ottima domestica sa!» Concluse euforica.

«Non saprei…» Dissi.

«Su! Non vorrà mandarci in mezzo a una strada, non vogliamo essere pagati, ci basta il fienile».  Iniziava a farmi pena, mi sembrava una brava persona, e poi mi sarebbe servita una mano in casa.

«Ok Harriette, può cominciare domani, venga nell’atrio in mattinata». I due esultarono e si abbracciarono.

«Grazie signora, non se ne pentirà!» Disse lei.

«Come si chiama?» Mi chiese porgendomi la mano.

«Mi chiamo Adrienne, piacere di conoscerla», le strinsi la mano sorridendole, Harriette mi guardò, poi mi aprì la mano e mi fissò il palmo.

«Cosa sta facendo?» Le chiesi spazientita.

«Sono una chiaroveggente, le sto leggendo la mano» disse, vantandosene.

«No grazie, non credo a queste cose». Le risposi infastidita, la donna ignorandomi fissò attentamente il mio palmo poi annunciò.

«La sua linea della vita è lunga e prosperosa, però c’è una strana curva che la incrocia», disse cambiando tono.

«Sarebbe?» Chiesi io con aria scettica.

«No, no niente…» concluse la donna infilandosi le mani in tasca.

Dopo alcuni minuti rientrai in casa, il camino era accesso ma faceva ugualmente freddo. Non so perché, ma iniziai a fissare l’attizzatoio, era di ferro, aveva una strana forma a curva. Mi avvicinai e lo raccolsi, era pesante. Sul camino c’era il quadro di un uomo, probabilmente era Zoltan Carnovash, sembrava quasi che mi sorridesse. Mi diressi in cucina portando con me l’attizzatoio. A un tratto mi venne un’idea. La botola, la botola nella dispensa. Avrei potuto usare l’attizzatoio per forzare la serratura. Aprii la porta della dispensa e accesi la luce, usai l’attizzatoio come leva, dopo alcuni istanti la serratura si piegò. Posai il pesante attrezzo a terra e sollevai il coperchio, dai miei piedi partiva una ripida scalinata in pietra. Era decisamente buio la sotto, non riuscivo a vedere più di un paio di scalini. Mi ricordai dei fiammiferi, ne accesi uno e mi addentrai nelle tenebre.

CAPITOLO 6

Il fiammifero emanava una lieve luce gialla, scesi lentamente i gradini fino a che non mi accorsi di quanti fossero. Sarò scesa di almeno dieci metri, arrivai in una piccola stanza piena di botti di vino, usai il fiammifero su una torcia d’epoca e la accesi. Aprii un rubinetto di un barile, uscì una densa goccia rossa, mi bagnai il mignolo e lo portai alla bocca. Era squisito, il vino più buono che io avessi mai assaggiato.

Scorsi una porta dietro una fila di casse, mi avvicinai. Mi infilai tra le botti e diedi un colpo alla porta, era uno stanzino di un metro per due, c’erano delle catene sulle pareti. Ne rimasi inorridita. Qualcuno era stato tenuto lì incatenato? Era questo che mi domandai. Per terra c’erano delle carte. Le raccolsi… era una lettera scritta da Zoltan Carnovash:

“20 dicembre 1941

Caro Geremia,

non vedo l’ora di vedere quel libro, se è autentico sarò disposto a darti qualsiasi somma pur di averlo. Quel piccolo libro nero significa molto per me e per la mia carriera.

La mia cosiddetta magia è solo illusione, invece quel libro contiene la pura magia nera, quella che gli egizi usavano per parlare con il mondo degli spiriti.

Viene a casa mia il più presto possibile.

Saluti

Zoltan”

Piccolo libro nero… Pensai subito a quello che vidi nella cappella dietro al camino dello studio. Infilai la lettera in tasca e mi diressi verso la scalinata, sul penultimo gradino c’era un martello, lo raccolsi. Era pesante non so perché ma pensai che potesse essermi utile. Lo infilai nel tascone del jeans e presi la lampada. Iniziai a salire lentamente le scale, anche con la torcia la luce risultava essere poca. Improvvisamente sentii un rumore provenire dall’alto. Puntai lo sguardo verso la cima, la botola si stava chiudendo. Iniziai a correre verso l’uscita, la botola si chiudeva sempre più velocemente. Inciampai a pochi metri dall’uscita, la lampada cadde giù per le scale e si distrusse, la botola si chiuse. Il buio assoluto.

Ero in preda al panico, mi misi sotto la botola e iniziai a spingerla, niente. Iniziai a gridare, chiamai Don, nessuna risposta. Accesi un altro fiammifero, era l’ultimo, cercavo intorno alla botola una maniglia, una fenditura per far si che si aprisse, ma non trovai niente.

Di colpo il fiammifero si spense, uno spiffero gelido proveniva dal basso, come potevano esserci degli spifferi in una cantina? Mi accovacciai in un angolo e rabbrividii al pensiero di rimanere chiusa per sempre lì sotto. Iniziai a prendere la botola a martellate, ma riuscii solo a scalfirla. A un tratto mi si gelò il sangue, non riuscivo a credere alle mie orecchie… Non riuscivo a darmi una spiegazione scientifica, ma dal basso sentivo chiaramente un forte rumore di catene.

CAPITOLO 7

Iniziai a tremare, in un attimo mi tornarono alla mente tutti i racconti sui cimiteri che si dicevano al liceo, sentivo che c’era qualcuno lì sotto con me. Ne ero stranamente certa.

Afferrai saldamente il martello e iniziai a scendere le scale sostenendomi a una parete, era letteralmente buio pesto. Iniziai a sudare freddo, il cuore mi batteva a mille. Il rumore delle catene si era placato, arrivai nella cantina tremando. Dalle fenditure della porta dello sgabuzzino dove stavano le catene vedevo chiaramente una luce, una luce che ovviamente prima non avevo visto. Mi avvicinai alla porta e afferrai saldamente la maniglia con una mano, mentre nell’altra tenevo saldo il martello, tirai l'anta della porta verso di me e rimasi incredibilmente stupita. Uno dei mattoni a cui era appesa una catena era caduto, dietro il mattone vedevo la luce del sole, mi affacciai era un pozzo. Un pozzo che comunicava con la superficie, l’avevo già notato qualche giorno prima, ma non mi ero accorta che fosse secco. Iniziai a prendere a martellate la parete, in un attimo crollò. Una nube di polvere mi accecò per un istante, entrai nel pozzo e annaspai un po’ d’aria fresca. Avevo la sensazione di camminare sui biscotti, buttai un’occhiata a terra e con orrore vidi centinai e centinai di scarafaggi. Erano enormi, iniziarono a salirmi per le gambe, cominciai a dimenarmi facendo si che tutte le ragnatele presenti si unissero a me. Mi aggrappai alla fune del secchio con un balzo, dopo pochi metri di salita si staccò facendomi precipitare in un’odissea di piattole. Iniziai a gridare per la disperazione, fu allora che vidi qualcuno in cima al pozzo.

«La prego mi aiuti!» Gridai con tutta la mia voce che avevo in corpo cercando di scrollandomi gli insetti di dosso.

«Adrienne è lei?» Chiese una voce familiare dalla sommità del pozzo. «Sono Cyrus, io e la mamma stavamo raccogliendo della legna qui in giardino…» Disse con aria tonta.

«Cyrus aiutami, lanciami una fune… Oppure chiama tua madre!» Gridai disperata.

Cyrus sparì dalla superficie del pozzo, riapparve dopo pochi istanti con in mano una corda, me la lanciò e la afferrai al volo.

«Signora adesso inizierò a tirare lei si tenga forte!» Gridò il ragazzo. Mi girai la corda intorno alla vita, il ragazzo mi sollevò con una certa velocità. Mi aggrappai al muretto del pozzo, sentivo gli occhi bruciare, si erano ormai abituati alle tenebre.

«Grazie Cyrus…» gli dissi con un certo affanno.

«Non si preoccupi signora, sono molto forte! La mamma dice sempre che ho più muscoli che cervello». Disse vantandosene.

«Evidentemente tua madre ha ragione», conclusi sorridendogli.

Finalmente uscii da quell'incubo. Ero sconvolta anche se non riuscivo a spiegarmi come la botola si fosse chiusa e come il mattone della catena fosse caduto così improvvisamente. Rientrai in cucina tutta sporca e mi diressi verso la dispensa. Non riuscivo a credere ai miei occhi, la botola era aperta, con tanto di attizzatoio di fianco al buco. La chiusi nuovamente facendo attenzione ai piedi, raccolsi l’attizzatoio e mi diressi verso l’atrio. Dalla macchina del futuro fuoriusciva un biglietto, lo raccolsi “Il male ti osserva, cerca degli amici”. Pensai che l’avesse magari utilizzata Don, mancava anche uno dei gettoni. Buttai il foglietto nel cestino e salii le scale, passai d’avanti alla camera oscura, la porta era chiusa. Bussai, ma non ebbi risposta. Andai al piano superiore e mi diressi verso il bagno, avevo solo voglia di farmi una doccia. Passando per la camera da letto vidi Don dormire. Capii che aveva preso in considerazione il mio consiglio di riposarsi. Entrai nel bagno e aprii i rubinetti, presi il bagnoschiuma dal mobile e mi districai i lunghi capelli biondi. Dallo specchio del bagno avevo una chiara visuale del corridoio che conduceva alla porta della mansarda. Dall’esterno della villa si vedeva chiaramente una torre, pensai che probabilmente vi si accedesse da quella porta. Chiusi i rubinetti e mi diressi in quella direzione, la porta era chiusa. Guardai attraverso il buco della serratura, c’era una chiave dall’altro lato. Mi tolsi una forcina dai capelli, dopo svariati tentativi riuscii a far girare la chiave la serratura scattò. La porta si aprì. A un tratto pensai a una cosa: perché la porta era chiusa dall’interno?

CAPITOLO 8

Una rampa di una decina di scalini era contornata da lampade antiche, usai gli interruttori per accenderle. Dopo un sibilo tipico da voltaggio elettrico se ne accesero solo due, evidentemente nessuno saliva lì su da anni.

Salii le scale e arrivai a una camera da letto. Chi poteva mai dormire in una torre? Era una camera spoglia, infondeva solitudine e tristezza. Quella stanza stonava con il resto della casa, c’era solo un piccolo lettino bianco e una cassettiera. Nel primo cassetto c’era un libro di fiabe, sul retro c’era scritto “Malcolm”. Chi era Malcolm? E cosa aveva a che fare con Zoltan Carnovash?

Gettai un’occhiata dalla finestra per vedere il panorama, c’era qualcosa di strano. Intravedevo uno strano edificio in mezzo al bosco a quasi un chilometro dalla casa. Era comunque nella mia proprietà. Avevo più domande che risposte. Fino a quel punto non potevo ancora immaginare cosa avrei scoperto il giorno seguente.

Dopo un meritato bagno di circa tre ore, mi sentii completamente rigenerata. Andai in camera da letto per vestirmi, Don non c’era. Fuori iniziò a fare buio, non facevo altro che pensare a tutto quello che era successo in quella giornata: la cantina, la mansarda, i barboni e Malcolm. Il mio carattere mi imponeva di sapere, sono una persona che deve arrivare fino in fondo alle faccende.

Mi diressi verso l’atrio, la porta della camera oscura era chiusa. Bussai.

«Don sei lì dentro?» Chiesi buttandomi i capelli dietro la schiena. La porta si aprì di un paio di centimetri, nel buio della stanza intravedevo un occhio di Don.

«Cosa vuoi Adrienne?» Disse lui con aria stufa.

«Volevo dirti che vado in città a comprare delle cose, ti serve niente?»

«Sì, brava vattene». Concluse chiudendomi la porta in faccia. Non riuscivo a credere ai miei occhi, Don non si era mai comportato così. Pensai che probabilmente era solo una questione di stress e che presto tutto sarebbe tornato alla normalità, ma mi sbagliavo.

In paese non c’era anima viva, fortunatamente i negozi erano ancora aperti. Presi il minimo indispensabile per la cena e mi diressi verso la macchina, la mia attenzione fu improvvisamente catturata da un’insegna di un negozio di antiquariato. C’era scritto “Antique Carnovash Shop”, misi le buste nel cofano della macchina ed entrai nel negozio. Era piccolo, c’era un enorme orologio a pendolo che mi ricordava una torre medioevale. Una donna sulla quarantina mi venne incontro con un gran sorriso. Aveva una targhetta, c’era scritto “Lou”.

«È veramente splendido non trova? Pensi che viene da Amsterdam apparteneva a una famiglia di nobili origini. Costa solo 4200 dollari». Disse con aria preparata.

«Per la verità vorrei solo dare un’occhiata…» la liquidai senza troppe parole.

«Capita raramente che i turisti girino per la città a quest’ora». La donna mi guardò meglio pulendosi gli occhiali.

«Io non sono una turista, mi sono appena trasferita». Le dissi ricambiando lo sguardo.

«Lei è la scrittrice che si è trasferita nella tenuta dei Carnovash?» Chiese con aria meravigliata.

«Sì, ma lei come fa a saperlo?»

«Beh, la città è piccola… e le voci corrono». Lou si accomodò su un divano rimettendo gli occhiali sul viso.

«Capisco, ma mi dica. Come mai sulla sua insegna c’è scritto Carnovash?» Le chiesi incrociando le braccia.

«Mio padre fu adottato da Zoltan Carnovash quando aveva solo sei anni, ha vissuto in quella casa la sua infanzia e se non fosse stato così ingenuo probabilmente ora non mi troverei in questo negozio, ma in una villa o in costa azzurra». Disse la donna in modo scherzoso. «Cosa intende?» Le chiesi incuriosita.

«Quando Zoltan morì, mio padre divenne l’unico erede di tutto il suo patrimonio, ma per qualche motivo scelse di dare tutto in beneficenza e la casa dove adesso lei vive venne messa all’asta».

«Quindi Malcolm è suo padre, suo padre viveva nella stanza della torre». Affermai sedendomici accanto. «Sì…» Confermò lei. «E della casa cosa può dirmi?»

«Posso dirle che mio padre non ne ha un bel ricordo, a dir la verità non vuole mai neanche parlarne. Aveva dodici anni quando fu riportato all’istituto, Zoltan e sua moglie Marie furono trovati morti e il giudice stabilì che sarebbe stato meglio farlo tornare all’orfanotrofio. Rimase all’istituto per sei anni e riuscì a rifarsi una vita solo nel 1949 quando conobbe mia madre».

«Come sono morti?... Zoltan e Marie intendo». Le domandai.

«Secondo la polizia che all’epoca aveva rudimentali mezzi di investigazione fu un omicidio suicidio, ma non furono gli unici a morire in quella casa, la stessa notte fu trovato anche il corpo di Gaston Warwick che era il guardiano della tenuta. Fu trovato mutilato a pochi metri dai corpi di Zoltan e Marie… Il caso comunque rimase insoluto. Anche perché il corpo di Zoltan sparì dall’obitorio misteriosamente, quindi non poterono proseguire le indagini». Concluse la donna porgendomi una scatola di cioccolatini. «Incredibile…» dissi sbalordita.

«Qualche giorno fa trovai in casa l’albero genealogico dei Carnovash, suo padre non è menzionato, ma è menzionata una certa Daiana. Sa dirmi chi fosse?» Le chiesi prendendo un cioccolatino.

«Daiana era la figlia naturale di Zoltan, la ebbe con la prima moglie Hortencia. Aveva sedici mesi quando uno specchio cadde nella culla durante la notte uccidendola. Fu una storia tragica, mio padre quando me la raccontò pianse».

«Quindi suo padre fu adottato da Zoltan quando lui era sposato con Hortencia, poi ebbero Daiana e successivamente il signor Carnovash si sposò con Marie?»

«No, non è esatto, Zoltan si sposò cinque volte, non so molto delle altre mogli… so solo che Hortencia adottò mio padre perché credeva di non poter avere figli, poi miracolosamente ebbe Daiana. In seguito Zoltan rimase vedovo e si risposò con una londinese, Victoria. Dopo poche settimane quest’ultima morì soffocata durante una cena con suo marito. A breve si risposò con Leonora una donna di New York City, ma anche quel rapporto finì tragicamente… A distanza di poche settimane incontrò una certa Regina di cui non si seppe più nulla. In fine si sposò con Marie». Concluse la donna con aria saccente.

«Devo dire che è la storia più tragica e complicata che io abbia mai sentito… sa dirmi come sono morte le altre mogli?»

«A dir la verità non ne ho idea, mio padre non me ne ha mai parlato».

«Sarebbe possibile parlare con suo padre?»

«A che scopo non capisco?» Replicò con aria incuriosita.

«Mi piacerebbe fare di tutta questa storia un romanzo e spero che suo padre possa darmi una mano per eliminare qualche altro mio dubbio…» le dissi con una certa determinazione.

«No, mi dispiace ma mio padre ha sofferto molto per questa storia. Ora ha una certa età e non mi sembra il caso di disturbare la sua serenità con tristi ricordi». La donna si alzò in piedi e si diresse verso una scrivania, io la seguii per un paio di passi. L’orologio a pendolo iniziò a suonare. La donna si voltò verso di me dicendo «Mi dispiace, ma è ora di chiusura… devo chiederle di uscire». Le porsi la mano, Lou la strinse e mi sorrise.

Parcheggiai l’auto al solito posto di fronte al fienile, aprii il cofano e mi applicai a raccogliere le buste, a un tratto sentii una presenza alle mie spalle. Il buio del cortile mi circondava. Mi voltai di scatto, non c’era nessuno… Urlai quando fui afferrata per le spalle.

CAPITOLO 9

«Don mi hai spaventata!» Esclamai con una certa tachicardia.

«Dove sei stata tutto il tempo?» Chiese lui fissandomi male.

«Ma non lo so in giro…» Ci fu un attimo di silenzio poi continuai «…in città». Conclusi secca.

«Mi sembra di averti detto di stare lontano da quella gente». Urlò lui. «Quale gente?»

«Quale gente? Quegli stupidi che vivono in città!» Continuò lui furibondo.

«Mi sembra che tu stia esagerando». Gli dissi dirigendomi verso la porta d’ingresso, Don mi afferrò per un braccio e mi trascinò con forza verso di lui, mi liberai dalla sua morsa.

«E tu allora, cos’hai fatto tutto il giorno?!» Gli esclamai con voce alterata allontanandomi di qualche passo.

«Non sono affari tuoi, tesoro».

«Allora sai cosa si fa, tu ti fai gli affari tuoi e io mi faccio i miei». Gli diedi le spalle e rientrai in casa. Don rimase fuori per qualche istante, poi disse.

«Lo vedremo».

Mercoledì 19 ottobre ore 7: 00

Fino a quel giorno non avevo mai creduto al male, credevo che il male fosse una prerogativa degli uomini e non dei mostri e credevo che anche la morte come la vita avesse un inizio, uno svolgimento e una fine. Per metà avevo ragione.

Mi ero appena svegliata, ero in bagno, avevo solo la camicia da notte. Mi spazzolavo i capelli allo specchio, piangevo. Eravamo sposati da due anni e non avevamo mai litigato così brutalmente.

Sentii dei passi alle mie spalle, era lui. Si avvicinò lentamente, riuscivo a vederlo nello specchio. Si era appena svegliato, indossava solo i boxer.

Ricordo che gli piaceva girare per casa in mutande, così facendo metteva in mostra il fisico da indossatore che si ritrovava. Un tempo scherzavamo molto su questo fatto.

Mi prese la spazzola e mi accarezzò i capelli. Io lo respinsi.

«Lasciami in pace!» Gli dissi tra i singhiozzi.

Iniziò a pettinarmi, era piacevole e rilassante. Mi portò i capelli dietro il collo e iniziò a baciarlo, mi sfiorò il seno con le dita. Attraverso la seta sentivo il suo calore. Mi voltai verso di lui e gli liberai il viso dai suoi lunghi capelli biondi. Mi baciò. Sentivo che tutto era perfetto, tutto era tornato come prima.

Mi sollevò, mi accolse tra le sue braccia. Mi portò contro il muro, eravamo di fianco allo specchio… continuavamo a baciarci.

Poi la musica cambiò, mi sollevò la camicia da notte, subito dopo si lasciò cadere i boxer. L’espressione del suo viso divenne cupa, non riuscivo a decifrarla. Iniziò a penetrarmi, il ritmo era lento, ma già mi sentivo come trafitta. Volevo dirgli di calmarsi, ma lui si ostinava a tenere le labbra incollate alle mie. Iniziai a soffocare, la sua lingua iniziò ad avere un sapore acido, era grossa… la sentivo quasi nell’esofago. Con una mano mi sollevo le braccia e le teneva intrappolate in una sorta di morsa. Il ritmo diventava sempre più veloce, mi sembrarono pugnalate, sentii un forte dolore lungo le anche. Riuscii a divincolarmi dalla sua faccia, iniziai a gridare dal dolore, Don non accennò a fermarsi. La sua espressione era terrificante. Continuò a scuotermi quando si lasciò cadere in un gemito di piacere, dopo alcuni interminabili secondi si estrasse dal mio corpo, ne riacquistai la sensibilità, mi sentii lacerata. Mi sembrò di svenire, quando d'un tratto sentii una sorta di ringhio, non capivo da dove provenisse. Ebbi come la sensazione che fosse Don a produrlo. Mi diede le spalle e uscì dal bagno. La camicia da notte era lacerata, mi raggomitolai in un angolo e continuai a piangere tenendomi la testa.

Non so dove trovai le forze, ma mi diedi una pulita e mi trascinai in camera da letto, mi vestii.

Non riuscivo a darmi una spiegazione di quello che era successo, non avevo ancora capito di essere stata vittima di una violenza sessuale. In quel momento non riuscivo a pensare a nient’altro. Scesi le scale e mi diressi nell’atrio, mi avvicinai alla macchina del futuro e la azionai. Le musiche erano molto più suggestive della prima volta, ne uscì un biglietto… lo lessi “Mantieni i tuoi segreti, non fidarti di nessuno”. Mi sembrava assurdo, ma iniziai a credere a quelle profezie.

Ero stanca, avevo solo voglia di un bicchiere d’acqua. Arrivai sulla soglia della cucina, a un tratto avvertii una voce, mi bloccai. C’era qualcuno in casa.

CAPITOLO N°10

Aprii lentamente la porta della cucina, sentii chiaramente dell'acqua sgorgare dal lavandino. «Salve!» Disse una voce allegra e familiare. Su uno strano sgabello di legno c’era Harriette che lavava i piatti. «Cosa ci fa qui?» Le chiesi dirigendomi verso di lei.

«Ma come non se lo ricorda più? Aveva detto che ci saremmo viste questa mattina…» Si giustificò lei asciugandosi le mani con uno straccio. Francamente con tutto quello che stavo passando avevo proprio dimenticato di aver assunto Harriette come domestica.

«Sì Harriette, ora ricordo…»

«Bhe, io sono pronta signora, mi dica cosa vuole che faccia». Aggiunse con un gran sorriso.

«Mmm… si dovrebbero fare i letti, spolverare i mobili e si dovrebbe spazzare il pavimento». Le dissi senza mezzi termini, Harriette continuò a sorridermi, poi disse «d’accordo comincio subito, c’è dell’altro?» Chiese asciugando un piatto.

«Sì, dalla stanza della torre ho visto un piccolo edificio nel bosco… Lei mi saprebbe dire di cosa si tratta?» Le chiesi versandomi un bicchiere d’acqua fresca. Harriette iniziò a scuotere la testa.

«Non sono mai entrata in quel bosco, dovrebbe chiederlo a mio figlio. Lui ci va spesso, adora cacciare i conigli». Disse la donna vantandosene. Io feci una smorfia d’incomprensione, poi le chiesi «dove lo trovo ora suo figlio?»

«Dovrebbe stare qui fuori a spaccare la legna, sa, gli ho detto io di farlo». Affermò con aria autoritaria. Mi affacciai dalla finestra della cucina e lo vidi mentre giocherellava con una falce.

Aprii la porta che dava sul retro della casa e mi diressi verso Cyrus. «Salve signora!» Disse con tono tonto il ragazzo mentre spaccava un grosso pezzo di quercia.

«Salve Cyrus». Gli risposi con un sorriso. Cyrus lasciò cadere l’accetta sul terreno e venne verso di me, indossava dei vecchi scarponi un po’ goffi, una camicetta piena di toppe e un jeans scolorito.

«Mi cercava?» Mi chiese dandosi una sistemata ai capelli.

«Sì, dalla stanza della torre ho visto un edificio nel bosco, sapresti indicarmi la strada per arrivarci?» Gli chiesi parlando lentamente.

«Oh sì… per la verità ci sono andato una volta, ma non vi consiglio di andarci».

«Per quale motivo?»

«È molto lontano e poi non c’è niente di interessante da vedere lì giù». Disse il ragazzo indicando con un dito un sentiero dietro a una grossa fontana gotica.

«Comunque dovrebbe prendere quel sentiero di mattoni rossi, dopo circa un chilometro arriverà in quel posto». Guardai nella direzione del sentiero, vidi solo degli alberi altissimi, probabilmente erano secolari.

«Grazie Cyrus, mi sei stato molto utile. Ci vediamo dopo, ora vado a fare due passi».

Il ragazzo mi salutò con un cenno della mano, raccolse l’accetta e si diresse verso il ceppo.

Dopo circa dieci minuti di cammino arrivai a una radura, non riuscivo a credere ai miei occhi. Nella mia proprietà c’era un cimitero. C’erano circa una trentina di lapidi, tutte in pietra nera, su tutte c’era incisa la lettera “C”. Riuscii a riconoscere alcuni nomi, tra cui le mogli di Zoltan. Ma non riuscivo a trovare la tomba di quest’ultimo. Il sentiero continuava all’interno del bosco, lo percorsi fino a che non raggiunsi l’edificio che avevo visto dalla torre. Era una serra. Una serra in rovina, era tutta di vetro e acciaio. La porta d’ingresso era stesa a terra, le finestre erano tutte in frantumi. Feci il giro dell’edificio, sul retro c’era un telescopio degli anni quaranta, era fissato su una specie di piattaforma girevole. Lo esaminai da vicino, era saldato in quella posizione e non poteva essere mosso. Diedi una sbirciata nell’obiettivo, era puntato sul tetto della casa. D’un tratto capii perché era fissato in quel modo, vicino alla stanza della torre vidi chiaramente un’altra finestra, c’era un’altra stanza in quella soffitta. Ma dove? Doveva essere nascosta, altrimenti l’avrei vista.

Entrai nella serra, i vari attrezzi non erano chiaramente usati da anni. Mi avvicinai a un tavolo, c’era una lettera… la lessi:

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