L'ultimo articolo di Selvaggia Lucarelli

Ho letto l'ultimo articolo di Selvaggia Lucarelli sul lasciare andare le cose.

17 settembre 2026 11:02
L'ultimo articolo di Selvaggia Lucarelli -
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Il testo di Selvaggia Lucarelli mi ha colpito molto, soprattutto per un motivo: parla del lasciare andare non come di una resa, ma come di una forma di maturità. E credo sia una distinzione fondamentale.

C’è una frase, in particolare, che mi è rimasta addosso: “lasciare andare qualcuno significa accettare che esista felicemente senza di noi”. È una cosa semplicissima da capire a parole e difficilissima da accettare davvero. Perché siamo spesso disposti ad accettare che qualcosa finisca, molto meno disposti ad accettare che continui senza di noi.

Nella vita ci sono persone, luoghi, relazioni, abitudini, perfino versioni di noi stessi che a un certo punto smettono di appartenerci. Il problema è che spesso continuiamo a considerarli nostri soltanto perché lo sono stati per tanto tempo. Come se la durata di una cosa ci desse automaticamente un diritto di proprietà sul suo futuro.

Ma non funziona così.

Una persona può aver rappresentato moltissimo e poi non rappresentare più nulla. Una casa può essere stata il luogo della nostra felicità e, un giorno, diventare semplicemente una casa. Un lavoro può aver definito la nostra identità e poi smettere di farlo. E perfino noi possiamo cambiare al punto da non riconoscerci più nella persona che eravamo quando quelle cose sono entrate nella nostra vita.

La parte più difficile, però, non è lasciare andare ciò che ci fa stare male. È lasciare andare ciò che abbiamo amato.

Perché quando qualcosa ci ferisce, prima o poi arriva un momento in cui capiamo che dobbiamo andarcene. Ma quando qualcosa ci ha dato felicità, quando ci ha costruiti, quando ha occupato una parte enorme della nostra vita, sembra quasi un tradimento accettare che possa esistere un futuro senza di noi.

E invece forse è proprio questo il vero significato del lasciar andare: non cancellare quello che è stato, ma smettere di pretendere che debba continuare a essere.

Mi ha colpito anche il passaggio in cui Lucarelli racconta di non voler vedere per l'ultima volta la casa in cui aveva vissuto dieci anni. Non perché non significasse più nulla, ma forse proprio perché significava ancora troppo. Aveva capito che tornarci avrebbe significato, almeno in parte, continuare a considerarla sua. E invece non lo era più.

È una cosa che vale molto più di una casa.

A volte lasciare andare significa anche smettere di controllare cosa succede dopo. Non verificare se gli altri ci rimpiangono. Non aspettare che chi viene dopo di noi faccia peggio. Non sperare che una situazione fallisca per poter pensare: “Vedi? Senza di me non funziona”.

Perché, in fondo, anche questo è un modo di rimanere lì.

E forse la vera libertà arriva quando non abbiamo più bisogno di sapere cosa succede dopo di noi.

Possiamo persino augurare sinceramente che qualcosa funzioni senza di noi. Possiamo riconoscere che qualcuno continuerà a vivere, amare, lavorare, essere felice, costruire cose nuove. E questo non diminuisce ciò che siamo stati per quella persona, per quel luogo o per quella parte della nostra vita.

Semplicemente, significa che quella storia non ci appartiene più.

Credo che ci sia qualcosa di profondamente elegante nel riuscire a dire... è stato mio, è stato importante, l'ho amato, ma adesso non lo è più. E va bene così.

Forse lasciare andare non significa nemmeno smettere di provare dolore. Significa smettere di usare il dolore come una ragione per restare aggrappati.

E mi piace molto l'immagine di Lucarelli del dolore trasformato in qualcos'altro: non possiamo sempre decidere quanta sofferenza ci attraverserà, ma possiamo decidere cosa farne. Possiamo trasformarla in consapevolezza, in qualcosa di nuovo, in una versione diversa di noi stessi.

Alla fine, forse crescere significa proprio questo: imparare che non tutto ciò che perdiamo deve essere recuperato, non tutto ciò che finisce deve essere riparato e non tutto ciò che ci lascia deve essere inseguito.

A volte bisogna semplicemente fare spazio.

Lasciare che il vuoto faccia il suo mestiere.

E forse è proprio lì, nel momento in cui smettiamo di riempirlo a tutti i costi, che comincia davvero qualcosa di nuovo.

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