Carrie la serie TV - La recensione distruttiva

Sono stato scettico fin dal primo trailer. Carrie è il primo romanzo di Stephen King, di appena 200 pagine. Il film che ne è stato tratto e il successivo...

09 ottobre 2026 16:12
Carrie la serie TV - La recensione distruttiva -
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Ho visto Carrie, la nuova serie su Prime Video.

Sono stato scettico fin dal primo trailer. Carrie è il primo romanzo di Stephen King, di appena 200 pagine. Il film che ne è stato tratto e il successivo remake seguono uno schema preciso e prestabilito, in cui l’intero arco narrativo è costruito per arrivare al noto finale del ballo di fine anno. Quindi, già qui, mi chiedevo come avrebbero fatto ad allungare il brodo per otto episodi, perché di questo stiamo parlando: di allungare il brodo.

Hanno quindi attinto all’attualità, al cyberbullismo, ai social network e ai teen drama, mentre la storia originale di Carrie era assai più cupa e semplice. Nella serie la madre è una squilibrata, ma non è esasperata come nel libro e nei film. In certi momenti le si dà persino ragione ed è venuta meno tutta quella componente bigotta che negli USA, ancora oggi, è possibile ritrovare in alcune cristianissime famigliole. La madre di Carrie, nel romanzo, non è semplicemente una donna disturbata, ma rappresenta un fanatismo religioso soffocante, una forma di violenza psicologica che rende la casa della protagonista un luogo persino più terrificante della scuola. Qui, invece, si è scelto di renderla più comprensibile e sfaccettata, ma così facendo si è anche attenuata una delle componenti più inquietanti della storia.

Il cyberbullismo, poi, presenta anche delle componenti totalmente nonsense. SPOILER: la “cattiva” della scuola crea un profilo Instagram a nome di Carrie, sul quale condivide scandali e pettegolezzi su studenti e insegnanti. Peccato che tutta la scuola sappia perfettamente che quel profilo non è gestito da Carrie, che non c’ha manco un telefono. Quindi nessuno ce l’ha con lei per la sola esistenza del profilo molesto. Viene meno la componente principale, insomma.

Le modifiche, però, non hanno riguardato soltanto aspetti secondari, ma anche il personaggio stesso di Carrie. Non è più lei a impazzire improvvisamente e a uccidere tutti, ma viene manovrata mentalmente da quella che credeva fosse una sua allucinazione e che, in realtà, si rivela essere un’altra ragazza dotata del potere della proiezione astrale, personaggio che ovviamente nel romanzo non esiste.

Ed è proprio questa, secondo me, la modifica più grave. La tragedia di Carrie funziona perché la protagonista è contemporaneamente vittima e carnefice. È una ragazza umiliata, maltrattata, cresciuta nel terrore e privata di qualsiasi possibilità di vivere un’adolescenza normale, ma è anche la persona che, alla fine, scatena una vendetta spaventosa e indiscriminata. Il lettore può comprendere da dove nasca la sua rabbia, senza per questo poter giustificare quello che fa. È proprio questa ambiguità morale a rendere il personaggio così disturbante. Se invece Carrie viene manipolata da qualcun altro, diventa sostanzialmente innocente, una vittima anche nel momento in cui dovrebbe trasformarsi in carnefice. Si finisce così per assolverla, togliendo alla storia buona parte della sua forza tragica.

Il peggio, però, è aver trasformato la storia di Carrie in un possibile universo narrativo alla The Boys. Ora scopriamo che nel mondo esistono donne dotate di diversi poteri fisici e mentali e che Carrie è soltanto una di queste. Oppure Carrie è diventata Undici di Stranger Things: ha sbroccato, è in fuga, ora troverà nuovi amici e olè.

E qui arriviamo a un altro problema: questa ossessione contemporanea per gli universi narrativi, per le storie che devono necessariamente lasciare aperta una porta, introdurre nuovi personaggi, organizzazioni misteriose e preparare il terreno per altre stagioni. Non tutto deve diventare un franchise, non tutti i personaggi devono appartenere a un universo condiviso e, soprattutto, non tutte le storie hanno bisogno di continuare. A volte un finale è un finale, e la sua forza sta proprio nel fatto che non ci sia più nulla da raccontare.

Quindi dobbiamo aspettarci una seconda stagione che, ovviamente, non si baserà su nulla di ideato da King, visto che Carrie è una storia autoconclusiva, con la protagonista che adesso fugge insieme alla pazza della proiezione astrale, mentre un’organizzazione di “super” dà loro la caccia. E pensare che tutto era cominciato con una ragazzina emarginata, una madre fanatica e un ballo scolastico finito in tragedia. Adesso siamo praticamente alle porte degli X-Men.

La cosa paradossale è che, nel tentativo di rendere Carrie più moderna, complessa e adatta alla sensibilità del pubblico contemporaneo, si è finito per renderla meno inquietante. Il romanzo di King non aveva bisogno di un’organizzazione segreta o di un catalogo di persone dotate di superpoteri per raccontare l’orrore. Gli bastavano la crudeltà degli adolescenti, il fanatismo religioso di una madre e una ragazza che, dopo essere stata umiliata per tutta la vita, perde definitivamente il controllo.

Non vedo l’ora di perdermela.

PS

Nell'articolo prima c'era a fine pagina "rafforza il finale" ovviamente scritto dall'IA, ma l'articolo non è stato scritto dall'IA, anche perché palesemente manifesta la mia opinione personale. L'IA ha scritto solo quel "consiglio", perché io scrivo, poi incollo il testo su Chatgpt con l'ordine "verifica se ci sono refusi" e/o "dimmi cosa ne pensi", e l'IA lo fa. Poi copio e incollo sul sito. Quindi l'articolo è mio, l'ho scritto io, le opinioni sono le mie, all'IA faccio fare quello che farei fare a un amico "rileggi e mi dici che ne pensi?". In questo caso poi il consiglio non l'ho manco seguito, perché se lo avessi fatto avrei rivisto il finale e invece è rimasto il "refuso" dell'IA. State tranquilli, so ancora scrivere con la mia testa.

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