Trainwreck: Poop Cruise - La recensione

Ho visto su Netflix Trainwreck: Poop Cruise, documentario sui fatti accaduti nel 2013 a bordo di una nave da crociera della Carnival...

14 ottobre 2026 15:55
Trainwreck: Poop Cruise - La recensione -
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Ho visto su Netflix Trainwreck: Poop Cruise, documentario sui fatti accaduti nel 2013 a bordo di una nave da crociera della Carnival, che quelle vicende fecero ribattezzare «la crociera della cacca».

Questo documentario è costantemente in bilico tra il surreale e il trash, perché vengono raccontati anche una serie di episodi che non c’entrano assolutamente nulla con la vicenda principale e che ti fanno chiedere: sì, ma quindi? Perché mi stai dicendo questa cosa?

Per esempio, hanno intervistato una donna che lavorava sulla nave e che ha tenuto a farci sapere che andava a letto con buona parte dell’equipaggio. Ok, grazie dell’informazione, ma non ci interessa. Oppure un passeggero che doveva fare bella figura con il suocero… boh. Evidentemente, quando realizzi un documentario su quattromila persone intrappolate in mezzo ai propri escrementi, è fondamentale approfondire anche le dinamiche sentimentali dei marinai.

La nave, la Carnival Triumph, doveva effettuare una crociera di quattro giorni con partenza dal Texas e destinazione Messico, per poi rientrare negli Stati Uniti. I primi tre giorni sono trascorsi tranquillamente, con tutti i passeggeri intervistati felicissimi della vacanza. Poi, nella notte del terzo giorno, è successo l’imprevisto.

Ha iniziato a suonare una sirena nel cuore della notte e si è scoperto che nella sala macchine era scoppiato un incendio. Mentre tutti già si immaginavano come sul Titanic, sono arrivati gli assistenti di bordo, che hanno fatto tirare a tutti un sospiro di sollievo: l’incendio era stato domato, tutto sotto controllo.

Piccolo problema... l’incendio aveva danneggiato gravemente l'impianto elettrico della nave.

Quindi niente più propulsione: la nave era alla deriva e si spostava in base ai venti e alle correnti. Niente più aria condizionata, e siamo ai Tropici, nel Golfo del Messico. Le cabine erano diventate loculi simili a forni, con un’umidità allucinante e temperature percepite che arrivavano a 35 gradi.

Buona parte del cibo conservato nei frigoriferi doveva essere buttata e alle circa quattromila persone a bordo, tra passeggeri ed equipaggio, hanno iniziato a distribuire pasti di fortuna, tra pane, cipolle e biscottini. Il Wi-Fi, ovviamente, non funzionava e comunicare con la terraferma era diventata un'impresa.

E, cosa ancora più importante, non funzionavano gli scarichi dei bagni.

È stato comunicato ai passeggeri che la pipì andava fatta nella doccia, mentre per l’atto grande bisognava utilizzare delle buste rosse di plastica, che poi l’equipaggio avrebbe raccolto e stipato non si è capito bene dove. Praticamente, avevano pagato per una crociera ai Caraibi e si erano ritrovati a partecipare a un esperimento sulla sopravvivenza umana all'epoca delle caravelle, con la differenza che agli esperimenti, normalmente, si partecipa volontariamente.

Tra chi ha iniziato a imbottirsi di Imodium e chi l’ha presa con filosofia, autoconvincendosi che nel giro di poche ore sarebbero arrivati i soccorsi, sulla nave ha cominciato a instaurarsi una sorta di dittatura comunista: i ponti superiori si sono trasformati in tendopoli, mentre quelli inferiori sono diventati latrine a cielo chiuso.

Intanto, la nave, spinta dal vento e dalle correnti, si allontanava sempre di più dalla destinazione finale.

La Carnival, nel suo comunicato stampa, ha evitato accuratamente di soffermarsi sui problemi che l’assenza di elettricità stava causando alle quattromila persone a bordo. Si è limitata a comunicare che l’incendio era stato domato, che c’era un problema alla propulsione e che tutti stavano bene. Il che, tecnicamente, era anche vero, se escludiamo il dettaglio che stavano iniziando a vivere dentro una fogna galleggiante.

Dopo circa un giorno è arrivata in soccorso la nave gemella della compagnia. Il soccorso consisteva principalmente nella consegna di viveri e beni di prima necessità, perché trasferire migliaia di persone da una nave all’altra in mare aperto non sarebbe stato possibile in condizioni di sicurezza.

Intanto, i clienti dell’altra nave ballavano al ritmo della musica e prendevano per il culo quelli della crociera della cacca, per manifestare la propria solidarietà. Un’immagine che riassume perfettamente la natura umana: da una parte quattromila disperati che non potevano nemmeno andare al gabinetto, dall’altra gente che ballava che si guardavano a vicenda separati da pochi metri.

È passato un altro giorno e ci si è resi conto che nemmeno gli scarichi delle docce riuscivano più a smaltire i liquidi, evidentemente perché anche le pompe necessarie al loro funzionamento dipendevano dall'impianto elettrico. L’urina e i liquami hanno quindi iniziato a risalire dagli scarichi e a riversarsi sui pavimenti.

La CNN ha cominciato a interessarsi al caso grazie alle notizie trapelate dai passeggeri, che erano riusciti a comunicare con l’esterno sfruttando la vicinanza dell’altra nave. Il canale ha dedicato alla vicenda una copertura praticamente ininterrotta, trasformando la crociera della cacca in un caso mediatico nazionale.

Al terzo o quarto giorno di prigionia tra i rifiuti organici, un rimorchiatore ha finalmente iniziato a trainare la nave, ma lo fa di lato, facendola inclinare e di conseguenza facendo riversare i liquami misti ovunque.

La gente camminava letteralmente nella merda e non poteva fare diversamente, perché la fortuna ha voluto che arrivasse anche una tempesta, rendendo insicura la tendopoli che i passeggeri avevano allestito all’aperto obbligandoli a tornare dentro. Insomma, se non morivi per un’infezione batterica, potevi sempre tentare con un colpo di calore o con una caduta sulle scale ricoperte di piscio.

Una delle cose che mi ha colpito maggiormente è che, a un certo punto, possedere una cabina con balcone o anche soltanto poter trovare un posto all'aperto era diventato un privilegio sociale. Il capitalismo era crollato, il denaro non serviva più a niente e la nuova classe dominante era composta da chi riusciva a dormire senza respirare vapori di urina.

Il 14 febbraio 2013, dopo otto giorni complessivi dalla partenza e quasi cinque dall’incendio, la nave ha finalmente raggiunto il porto di Mobile, in Alabama. I passeggeri sono potuti sbarcare e in parecchi hanno deciso di intraprendere un’azione legale contro la Carnival.

Ma, ahimè, al momento dell’acquisto del biglietto avevano accettato un contratto capestro contenente una serie di deliziose clausole che limitavano notevolmente le possibilità di ottenere risarcimenti, soprattutto per i danni non fisici.

La compagnia ha offerto a tutti il rimborso del viaggio, il rimborso di alcune spese, un credito per una futura crociera e ben 500 dollari di compensazione a persona.

Alcuni passeggeri hanno comunque deciso di fare causa e hanno ottenuto accordi o risarcimenti differenti, ma per la maggior parte dei viaggiatori quella è rimasta l'offerta economica della compagnia. Il tutto dopo aver trascorso quasi cinque giorni in una latrina galleggiante. E il credito per una futura crociera è forse la parte più comica: praticamente, dopo averti fatto vivere per giorni tra i tuoi escrementi, ti invitano a tornare.

La Carnival ha poi investito 115 milioni di dollari per ripulire da nave dai liquami. Negli anni successivi l'imbarcazione è stata ulteriormente ristrutturata e ribattezzata Carnival Sunrise, continuando a trasportare passeggeri. Un po’ come gli assassini che escono dal carcere e cambiano identità per rifarsi una vita.

Non ho mai fatto una crociera, ma confesso che uno scenario simile non l’avevo mai preso in considerazione. Mi ero sempre preoccupato della possibilità che una nave affondasse, non di quella che rimanesse perfettamente a galla, costringendomi a vivere per giorni dentro una fossa biologica insieme ad altre quattromila persone.

Al netto della vicenda, il documentario si lascia guardare molto volentieri, anche perché la storia è talmente assurda che basterebbe leggere il diario di bordo per rimanere incollati allo schermo. Peccato per quella tendenza tipicamente americana a trasformare qualsiasi testimonianza in un racconto personale pieno di dettagli irrilevanti, come se per comprendere un disastro navale fosse indispensabile conoscere la vita sessuale dell'equipaggio.

PS

C'è un'ultima cosa che rende questa vicenda ancora più assurda: dalle successive indagini giornalistiche emerse che la nave aveva già avuto problemi tecnici e che alcuni interventi di manutenzione erano in ritardo. Quindi, oltre alla crociera della cacca, esisteva anche la possibilità che una parte di questa meravigliosa esperienza fosse evitabile. Un dettaglio che, personalmente, trovo molto meno divertente delle buste rosse.

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