Noi orfani di Ally McBeal

Voglio camminare per strada con la mia canzone a tema, che ovviamente è Tell Him; voglio dividere con Renée il fidanzato pupazzo...

30 settembre 2026 15:39
Noi orfani di Ally McBeal -
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E oggi perché non possiamo guardarla?

Nel marzo 2019 Disney ha completato l’acquisizione di gran parte degli asset di 21st Century Fox e il catalogo televisivo prodotto da 20th Century Fox Television è finito nell’universo Disney.

Quindi perché su Disney+ Italia posso guardare produzioni Fox molto più vecchie e Ally McBeal no?

Il fatto che una società possieda una serie non significa automaticamente che quella serie possa essere distribuita contemporaneamente in ogni Paese del mondo. I diritti di streaming possono essere territoriali, possono esistere contratti precedenti e, soprattutto, possono esserci diritti accessori che devono essere gestiti separatamente.

E Ally McBeal ha un precedente gigantesco proprio da questo punto di vista: la musica.

Oggi siamo abituati a considerare Vonda Shepard e il bar della Cage & Fish semplicemente come elementi della serie, ma Ally McBeal utilizzava una quantità impressionante di canzoni.

Barry White, Al Green, Gladys Knight, Tina Turner, Gloria Gaynor, Barry Manilow, Sting, Elton John, Mariah Carey e decine di altri brani, interpretati dagli artisti originali o reinterpretati all’interno degli episodi.

Questo significa che nel 2026 Disney+ Italia non pubblica Ally McBeal per colpa dei diritti musicali?

No.

Non possiamo affermarlo, perché Disney non lo ha detto.

Sappiamo però che storicamente quella serie ha avuto esattamente questo genere di problema e sappiamo che la disponibilità contemporanea varia ancora oggi da Paese a Paese. È quindi perfettamente plausibile che dietro l’assenza italiana ci siano considerazioni di licenza, distribuzione o convenienza economica; attribuirla con certezza alla musica, senza una dichiarazione di Disney, significherebbe invece trasformare un indizio in una notizia.

La cosa particolarmente frustrante è che Ally McBeal non è una serie dimenticata perché irrilevante.

Ha vinto l’Emmy come miglior serie comica. Ha trasformato Calista Flockhart in una delle attrici televisive più famose della fine degli anni Novanta. Ha reso il “Dancing Baby” uno dei primi fenomeni virali dell’era di Internet. Ha avuto un impatto enorme sul modo in cui la televisione avrebbe poi mescolato commedia, dramma, fantasia e vita sentimentale dei personaggi.

E probabilmente è invecchiata in modi diversissimi.

Ci saranno battute che oggi farebbero organizzare una sommossa su Twitter prima ancora dei titoli di coda.

In un episodio della terza stagione, ad esempio, Ally viene corteggiata da un barista, ma lei lo rifiuta per ragioni di classe. Quando scopre che, oltre a essere un barista, è anche un giudice, allora accetta di uscire con lui. Quando, in seguito, lui le rivela di essere bisessuale, lei lo molla, considerando la bisessualità un sinonimo di promiscuità, anche se lui non aveva avuto alcun comportamento strano in tal senso.

Ecco, tutto ciò oggi farebbe alzare le barricate.

Ci sono rappresentazioni delle donne, del corpo, della sessualità e dei rapporti professionali che appartengono inequivocabilmente alla televisione degli anni Novanta. E contemporaneamente ci sono dialoghi, personaggi e intuizioni narrative che sembrano molto più moderni di decine di serie arrivate vent’anni dopo.

Sarebbe interessante poterla rivedere proprio per questo.

Non soltanto per nostalgia.

Per verificare se Richard Fish ci farebbe ancora ridere, se John Cage rimane uno dei personaggi televisivi più meravigliosamente assurdi mai inventati, se oggi tollereremmo Ally per cinque minuti prima di suggerirle una terapia intensiva di sei mesi e, soprattutto, se quella prima stagione era davvero così bella come ce la ricordiamo.

Per ora, in Italia, possiamo soltanto ricordarla.

Noi orfani di Ally McBeal, abbandonati come Ally davanti all’ennesimo uomo emotivamente indisponibile.

Con una differenza.

Lei, almeno, dopo qualche episodio ne trovava sempre un altro.

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